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07/07/2008 - L'intervista al "Cancelliere"/ "Burocrati-monopolisti hanno ucciso l'Italia"
Da
oggi inizia un ciclo d’interviste ed una collaborazione giornalistica con
un personaggio molto noto a Rimini ma che, per ora, preferisce rimanere nell’anonimato.
Perché iniziamo una collaborazione di questo tipo? Perché il personaggio in
questione è uno dei non molti riminesi che, per motivi professionali, ha un
orizzonte d’analisi che spazia un po’ più in là degli angusti confini compresi
tra il Marano e il Marecchia. Più vicino ai 60 che ai 50, è molto conosciuto
in tanti ambienti cittadini (che frequenta di rado se non per ragioni professionali).
Molti sarebbero stupiti nell’apprendere che è lui a rispondere alle nostre domande.
Più sarcastico che umorista, è più amante delle donne e della cultura
che del potere (che peraltro non disdegna, quando è utile). Ci conosciamo da
tantissimi anni e ci ha fatto piacere sapere che segue il sito di Riminipolitica.com
e che, richiesto di una collaborazione, l’ha concessa volentieri. Dato che,
come detto, tiene molto alla privacy, lo identificheremo con lo pseudonimo di
“Cancelliere” visto che, sotto certi aspetti, somiglia al “cancelliere” per
eccellenza, il principe di Metternich.
Cancelliere, vorrei partire dal generale per poi, in altre occasioni, scendere
nel particolare. Secondo lei, a che punto è l’Italia? “Ha superato il punto
di non ritorno”.
Perché? Che significa? “Perché la crisi che il Paese attraversa è di
sistema. Il peso dell’apparato burocratico, non solo pubblico in senso stretto
(penso anche al sistema delle Agenzie e alle aziende monopolistiche) ormai supera
per numero e importanza quello delle forze produttive. Viviamo in un Paese che,
in qualche modo, può assomigliare a certi stati seicenteschi o al periodo del
fiscalismo tardo imperiale romano, quando le forze produttive (allora l’immenso
ceto dei produttori agricoli e dei piccoli mercanti) erano al servizio di una
grande “classe” onnipotente, autoconservante e autoreferenziale” che viveva
di prelievo sulle altre. Attenzione: non è la “casta” di Rizzo e Stella. E’
un ceto intero. Ciò lo rende ormai incontenibile, a meno di un conflitto durissimo”.
Analisi pessimistica. “La situazione è questa. Il punto d’equilibrio
fra queste due forze storiche, apparato burocratico/monopolista e apparato produttivo
si è rotto. E la forza vincente di per sè non produttiva, per autoconservarsi,
non può che comprimere il sistema residuo dal quale trae le risorse, fino a
distruggerlo”.
Quindi, secondo lei, il Paese ci sta rimettendo alla grande. “Il Paese
in quanto tale non esiste. E’ un concetto che ha poco senso in generale, e nessuno
in Italia. Esistono delle forze che si disputano il potere. L’elite burocratico-monopolista,
anche imprenditoriale, con i suoi milioni di piccoli ausiliari, insignificanti
ma, cionondimeno, indispensabili, oggi ne sta controllando le leve e prelevando
ricchezze sia a livelli elevati che più modesti, dove la supremazia dell’impiego
pubblico è conclamata a livello di soldi e, appunto, di potere”.
L’Italia non era così. “Infatti. Questo cambiamento è avvenuto negli
ultimi 10/15 anni, ma è un fenomeno definitivo ed ineluttabile. Anche perché
questo “sistema” non è un incidente storico. E’ una forza che conta milioni
di persone le quali, prima di rinunciare a posizioni di vantaggio, o semplicemente,
micro rendite di posizione, combatteranno fino alla morte. Quella degli altri,
ovviamente”.
Qualche esempio? “Il sistema fiscale, ma sarebbe troppo lungo parlarne
oggi. E’ un argomento per la prossima volta”.
Per chi votano queste persone? “Votano trasversalmente, in quanto nessun
gruppo politico può prescindere da loro. Se vuole le faccio dei casi particolari:
la gran parte dei settori dell’apparato finanziario e giudiziario (dirigenti,
impiegati, ecc.) votano per il centrosinistra. Altri settori anche contigui
come la polizia, la guardia di finanza ed i carabinieri guardano a destra. E
questo “sistema italiano” a cosa porta? Continuo nell’esempio: complessivamente
abbiamo più forze dell’ordine della Germania. Eppure lamentiamo continuamente
la mancanza d’agenti: in Riviera d’estate; nei quartieri a rischio nelle grandi
città; di notte… Tuttavia, grandi aliquote di queste forze sono impiegate, con
gran dispendio, ogni mercoledì e domenica negli stadi a servizio dei presidenti
delle squadre di calcio che, guarda caso, sono normalmente a capo di aziende
monopoliste. L’attuale presidente del Consiglio è il caso più evidente, ma non
è certo l’unico. Basti pensare a quante società di calcio fanno capo a monopolisti
nel settore petrolifero. E’ un buon esempio dell’uso mostruoso di grandi risorse
pubbliche per fini puramente privati. Questo avviene sotto gli occhi di tutti,
e nessuno ne parla. Quel che voglio dire è che non siamo di fronte ad uno scontro
fra forze politiche ma fra ceti e relativi apparati che li rappresentano”.
Considerazioni interessanti. La prossima volta trattiamo argomenti più locali?
“Volentieri”.
Nell'immagine: il principe di Metternich
Antonio Cannini
07/07/2008 - Palacongressi/ E se...
E se la Fiera di Rimini avesse stimato in 69 milioni (euro più, euro
meno) il costo dei lavori del costruendo Palacongressi riminese sapendo che
invece l’appalto avrebbe dovuto essere di 100 milioni? (euro più, euro meno).
E se la Torno fosse una scatola vuota in mano a chi si sa e avesse subappaltato
per 60 milioni alla Cofathec e alla Italcantieri. E se Cofathec e Italcantieri
si fossero subito accorte di non starci dentro e avessero sospeso i lavori tenendoci
per le palle e in attesa di chiedere più soldi? Ci potremmo chiedere: ma non
se ne erano accorti prima?
E se fossero stati gli stessi rappresentanti legali della Italcantieri
a tirare un bidone, voluto, alla stessa azienda? E se i 100 milioni necessari
per chiudere la partita non ci sono e non ci sono, come sembra, neanche i 69
che fine faranno gli accordi futuri con Bologna? E se i soldi non ci sono, il
cantiere è fermo, chi paga i fornitori (piccole imprese, artigiani, cooperative
del territorio) che già sono in credito di qualche milione d’euro? E se, alla
fine, qualcuno la pagasse davvero per ‘sto casino? E se, dio volendo, non fossero,
(come è purtroppo più certo che probabile), i contribuenti riminesi?
Davide Bianchini
30/05/2008 - Politica/ Tira più una poltrona in Regione...
Cancelliamo
un po’ di enti pubblici o ne facciamo di nuovi? Con l'aria che tira sembrerebbe
una domanda inutile. Sia Berlusconi che Veltroni hanno, a più riprese, detto e
ripetuto che governo ed opposizione si sentono impegnati nella riduzione della
spesa pubblica ed in specie degli apparati dello Stato. Il contenimento del numero
di ministri e sottosegretari nella formazione del governo dovrebbe essere solo
un piccolo saggio dimostrativo di una più grande vasta opera di riduzione del
corpo politico ed amministrativo.
I capi supremi e una buona parte della èlite nazionale sembrano convinti che
una svolta profonda, a tale riguardo, non sia più rinviabile nel nostro Paese
e diversi autorevoli conoscitori degli uomini ai vertici ci confermano che questa
volta, a differenza del passato, c’è una vera presa di coscienza della situazione.
Qualcosa invece cambia quando ci si immerge nel corpo sociale e politico del
Paese. Allora le intenzioni sembrano sfumare e gli obiettivi confondersi. Al
riguardo abbiamo già sentito diversi pareri favorevoli al mantenimento delle
Province perché “utili”. Non c’è la capacità di comprendere, probabilmente,
che nella situazione odierna il concetto di utilità è soggetto ad una revisione
profonda e tante istituzioni che potevano essere utili in passato oggi sono
soprattutto un peso.
Per mostrare come spesso, al di là dell’adesione superficiale alla politica
del momento, manchi molto spesso una coscienza profonda dei problemi, basta
esaminare alcuni comportamenti dei politici nella nostra Regione. Già alcuni
anni fa, durante il precedente governo Berlusconi, mentre questo si impegnava
nel tentativo di ridurre il numero di senatori e deputati al parlamento, in
Regione maggioranza e minoranza si affratellavano nel tentativo, opposto, di
aumentare il numero dei consiglieri all’interno di una riforma dello statuto
regionale. Finalmente, solo una recente presa di posizione netta e pubblica
del segretario del partito democratico ha posto fine all’intenzione dei partiti
di aumentare il numero dei propri consiglieri dettato dal desiderio di avere
più poltrone, più stipendi, più potere.
Immagino che tutto ciò possa sembrare quasi incredibile ed invece è la pura
realtà, verificabile da chiunque abbia tempo e voglia di andare a vedere. Tutto
è reale e vero fin nei particolari. Ma non basta: c’è anche qualche cosa di
ancora più singolare che va ben oltre l’aumento di spesa dovuto all’aumento
del numero dei consiglieri in Emilia Romagna. Infatti, diversi nuovi politici
propongono, per il futuro, la nuova Regione Romagna con conseguente raddoppio
della burocrazia, delle spese. Con una nuova sede, un suo funzionamento burocratico
e, soprattutto, posti per i partiti. La ragione che viene portata più spesso
a sostegno di questa tesi, accanto al patriottismo locale, consiste nella incapacità
di Bologna di capire i nostri interessi.
Ma simile argomento perde molto della sua credibilità davanti alle inefficienze
che non si limitano certo alla Regione, ed al dubbio che i nostri rappresentanti,
invece che rendersi conto della debolezza politica d’assieme (non è il caso
di fare gratuite imputazioni personali), pensino che tutto sia risolvibile con
un nuovo ente. Noi non lo crediamo, e contiamo che Silvio e Walter davanti ad
una simile proposta reagiscano con la necessaria fermezza. Per togliere ogni
dubbio anche noi pensiamo ad un pressante provvedimento: una legge che dica
basta a nuovi enti. Chiuso. (Nella foto, le misurate, civili e serene reazioni
di alcuni politici dopo aver saputo di aver perso la poltrona).
Steve
28/05/2008 - Politica/ Ah! Il vecchio Berlusca... e quando mai si smentisce!
Nel
Parlamento italiano si respira un’aria bipartisan. Così, perlomeno si dice
e si scrive. L’impressione è che il fair play sia solo da un lato (il Pd), mentre
da parte del governo si usino sì, toni soft, ma la sostanza dei provvedimenti
che vengono presi abbiano ben poco di “gentleman agreement”. Soprattutto quando
si tratta di difendere gli interessi e le gaffe del premier. Partiamo, ad esempio,
dalla questione Rete4. Ne abbiamo già parlato in un articolo dell’8 febbraio
che potete andare a rileggervi in archivio.
Scrivevamo di come la Corte di Cassazione europea avesse stabilito l'incompatibilità
della legge italiana che regola il mercato televisivo con il diritto comunitario
in quanto "non rispetta il principio della libera prestazione dei servizi e
non segue criteri di selezione obiettivi, trasparenti, non discriminatori e
proporzionati, con l'effetto di congelare le strutture del mercato nazionale
e di proteggere la posizione degli operatori nazionali già attivi". Questo giudizio
della Corte porterà ad una multa europea contro l’Italia (che, dunque, sarà
pagata dai cittadini) e ad una richiesta di risarcimento (anche questa ai danni
dello Stato, cioè di noi tutti), da parte di Europa7, la Tv che dovrebbe legalmente
trasmettere al posto di Rete4.
Per ovviare a ciò, il governo ha inserito un emendamento al decreto
cosiddetto 'salva-infrazioni' in materia di frequenze televisive. L’emendamento,
in pratica, sostituisce il sistema delle licenze con un meccanismo di autorizzazione
generale e soprattutto stabilisce che tutti i soggetti che ne hanno titolo continuino
a trasmettere fino all’attuazione del piano delle frequenze in digitale. Disposizioni
nelle quali si può leggere un modo per impedire l’ingresso nel mercato tv di
Europa 7 al posto di Rete4. Quando il Pd ha chiesto di togliere questa norma
dal decreto, il primo a rispondere è stato Fedele Confalonieri che ha parlato
di “emendamento sacrosanto”. Confalonieri, non il ministro delle Comunicazioni.
Che sia la stessa cosa?
Durante il dibattito parlamentare, il Pdl si è ben guardato dal togliere
quell’emendamento. Ha fatto finta di “ritoccarlo” per riproporlo comunque: una
figuraccia. Poco importa come la questione andrà a finire. Anche se l’emendamento
dovesse essere ritirato, La Destra avrebbe dimostrato, ancora una volta, di
far fatica ad anteporre quel che è giusto agli interessi di bottega. E Berlusconi
sembra continui a privilegiare le proprie aziende e tenda a piegare le leggi
alla sua convenienza. Cosa inammissibile in un qualsiasi Paese occidentale.
L’altra questione che prima delle elezioni veniva agitata dalla Destra come
una linea del Piave sulla quale sacrificarsi è “l’italianità di Alitalia”.
Oggi il tema non è più in primo piano nell’agenda politica. Dov’è la
cordata di imprenditori italiani che Berlusconi aveva pronta prima delle elezioni?
E sì che Alitalia continua a perdere denaro pubblico a più non posso. Lo spiega
bene il quotato economista Carlo Scarpa sul sito La Voce.info. “Negli ultimi
venti anni, - scrive Scarpa - Alitalia ha chiuso diciannove esercizi in perdita
e uno in utile. Nel 2007 ha perso un milione al giorno; nel 2006 erano stati
addirittura due perché la società aveva dovuto prendere atto dell’invecchiamento
della flotta e l’ha dovuta svalutare. Da agosto poi le cose sono peggiorate
rapidamente, ce lo dice la liquidità che la società sta “bruciando” al ritmo
di quasi tre milioni al giorno. La liquidità che Alitalia ha a disposizione
nel breve periodo era pari a circa 600 milioni di euro a luglio 2007, quasi
dimezzata a dicembre (367 milioni disponibili), scesi poi a 280 a gennaio 2008,
180 a febbraio e 90 a marzo. Il dato di marzo è stato “tirato su” a 170 vendendo
l’ultima argenteria di famiglia, le partecipazioni in Air France. Ma la situazione
è pure peggiore se si considera che a fianco di questa disponibilità “lorda”,
vi è anche un debito a breve di 140 milioni: la disponibilità netta era praticamente
a zero già a fine marzo. Il ritmo di caduta della liquidità è di circa 100 milioni
al mese. Non a caso, la relazione trimestrale riporta 215 milioni di perdite”.
Il prestito ponte chiesto da Berlusconi e avvallato dal governo Prodi
ancora in carica, consentirà all’azienda di andare avanti ancora qualche mese.
Berlusconi, che ha bruciato la trattativa con Air France (un vettore che aveva
un piano industriale e rotte da far percorrere in tutto il mondo) adesso deve
trovare non un “amico” che butti i soldi dentro al calderone, ma un partner
affidabile perlomeno quanto Air France. E di certo non si tratta di Air One
e di Aeroflot. (Nella foto, Fedele Confalonieri, una delle voci più disinteressate
della tv italiana).
Flavio Semprini
12/05/2008 - Palacongressi e Fiera/ Cagnoni è ottimista. Pure troppo...
Più
di un mese fa scrivevamo che qualcosa al palacongressi stava andando storto.
I lavori si stavano fermando e i ripetuti attacchi di Mario Ferri sulla Voce
facevano intendere che qualcosa non quadrasse dal punto di vista dell’operazione
economica. Sui quotidiani di questi giorni leggiamo di un Cagnoni, presidente
dell’ente fiera e, dunque, “patron” del palacongressi riminese, in versione
double face. Da una parte presenta il business plan dei prossimi cinque anni
ed esulta. Secondo Cagnoni nel prossimo lustro il fatturato del gruppo (Riminifiera,
Convention Bureau, Ttg, Exmedia) aumenterà del 42,9%, passando da 100 a 141
milioni di euro. E la redditività toccherà i 40 milioni di euro, pari al 34%
del fatturato complessivo.
Numeri eccezionali, al limite dell’incredibile, difficilmente riscontrabili
in altre realtà simili. Tanto eccezionali da rendere - sulla base di essi -
la Fiera di Rimini eventualmente “dominante” nella fusione con Bologna, che
nulla di simile può vantare. Dall’altra parte Cagnoni s’arrabbia e lancia ultimatum
a chi non sta portando a termine i lavori edilizi in via della Fiera. La ditta
in questione si chiama Italcantieri. La Torno, l’azienda che ha vinto l’appalto,
le ha sub-appaltato parte dei lavori del palas. La Italcantieri ha una storia
molto interessante: fondata da Silvio Berlusconi si è affermata gradualmente
come l'impresa di costruzioni del Gruppo Fininvest ed ha poi proseguito la sua
attività nell'ambito del Gruppo Paolo Berlusconi. (Edilnord 2000). Il 13 marzo
2001 l'intero pacchetto azionario della società è stato rilevato dal Gruppo
Ruggieri Costruzioni Generali Srl di Reggio Emilia, nominando Giuseppe Ruggieri
amministratore unico
Nell’ambiente dei costruttori, alcuni trovano “discutibile” la scelta
di affidare parte dei lavori edili proprio a quest’azienda. Soprattutto, non
si comprende perché la Torno, azienda milanese vicina (anzi vicinissima...)
alla Compagnia delle Opere e a Formigoni, tiri un bidone simile proprio a Cagnoni,
che l’aveva tenuta in gran considerazione al momento della gara d’appalto. Tanto
in considerazione da voler bypassare le procedure di gara europee contro i molti
che le ritenevano indispensabili per un ente partecipato in modo quasi totalitario
da enti pubblici. Una conseguenza potrebbe essere la crisi dell’asse Cagnoni
– Compagnia delle Opere, che governa da tempo immemorabile l’ente Fiera di Rimini.
Che c’entri qualcosa il possibile accordo con la Fiera di Bologna, che scuoterebbe
gli equilibri in essere?
Davide Bianchini
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