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Normalmente
succede che ad una fine di secolo sia data una grande importanza e che si finisca
per attribuirle anche significati impropri. Tutti ricordiamo il fiume di parole
e di concetti che hanno accompagnato la fine del secolo ed evocazioni miste
di speranze e paure che ci hanno introdotto al nuovo millennio. Perdendoci in
spazi tanto sconfinati abbiamo forse trascurato di fare attenzione a qualcosa
per noi tanto importante e che proprio in quei giorni, in quei mesi, in quegli
anni, ci metteva di fronte alla più grande ed inevitabile svolta della nostra
vita. Finì l'epoca in cui i nostri industriosi padri, sconfitti in guerra ma
vincitori della pace poterono scatenare tutta la loro voglia di riscatto dall'eterna
miseria. Con i vincitori che, per amore o per interesse, permisero loro, come
ad altri, di fare "i cinesi" del mondo
L'ulteriore vantaggio di una cultura più aggiornata e vicina a quella
dei Paesi ai quali si vendeva il prodotto Italia, la contiguità territoriale
col resto dell'Europa e gli aiuti hanno fatto il resto. In breve tempo fu miracolo
economico. Il suo significato lo si può chiudere nel concetto del passaggio
da un Paese a prevalente economia agricola ad un Paese con prevalenza prima
industriale e poi del terziario. Questa grande trasformazione economica e sociale
è stata accompagnata dal proliferare dei mestieri e delle professioni ed è stata
guidata da un ceto politico che, assieme ad altre grandi entità, ha governato
anche socializzando la ricchezza intanto prodotta.
Magari con metodi che chiamiamo "all'italiana", non tanto per spregio,
ma perchè frutto della nostra particolare storia. La politica ed i partiti si
sono a loro volta modellati in coerenza a questo "modus" che comporta anche
il clientelismo di massa e il voto di scambio come normale modo di fare. Ed
è cresciuta in costi e privilegi e, seppure con qualche lieve modifica, è fino
ad oggi rimasta uguale a se stessa, refrattaria al cambiamento. Ebbene ora il
meccanismo scricchiola; qualche grosso smottamento lo abbiamo già visto con
il fenomeno di tangentopoli, ma il problema è molto più profondo. Oggi le porte
del mondo si sono spalancate con un'ampiezza molto più grande rispetto al dopoguerra
e la sfida odierna non ha confronti col passato.
Noi ci siamo dentro col grave debito lasciatoci da quel modo di "socializzare"
la ricchezza che prima ricordavo. Inoltre, siamo in una fase di veloce trapasso
sociale con l'immissione di milioni di lavoratori e futuri cittadini con origini
e culture molto diverse, da noi e fra loro. Ma la questione più importante,
quella decisiva è costituita, come sempre dalla capacità di agire comunque siano
le circostanze. In questa nuova era una cosa è certa. La cultura politica che
è stata fino ad oggi, ora più che essere inefficace è deleteria. Cambiare non
è questione desiderabile ma vitale per guardare al futuro e sperare. Cominciano
ad arrivare segnali la cui concretezza è da verificare anche dalla politica,
certo che se tutto si risolvesse in alcuni tagli dimostrativi poco cambierebbe.
La cura tenderebbe soltanto a dilazionare il problema, senza cambiarne la sostanza.
(Nell'immagine, il martelletto del giudice. Ovvero: quando il voto di scambio
e la politica "all'italiana" esagerano, tocca a qualcun altro prendere
decisioni).
Steve
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