09/01/2010 - Riforma della politica/ Ciò che ci unisce, ciò che ci divide
La recente aggressione al presidente del Consiglio e le conseguenti
reazioni della politica hanno fatto vedere quanto sia necessario il cambiamento
nel clima da “tutti contro tutti “ da noi già segnalato. Ma torniamo anche a
dire che non basta che i partiti si sorridano l’un l’altro. Occorre, invece,
un cambiamento profondo nel loro modo di funzionare: da gruppi stretti attorno
ad un capo, a classi dirigenti riconosciute della società. Non crediamo neppure
che ciò sia un rimedio sicuro a tutti i mali, ma siamo altrettanto convinti
che nel futuro che ci si prepara sia un modo moderno ed indispensabile per governare.
Le teorie e la pratica del “capo a vita” che oggi vediamo nei fatti, per noi
sono più il risultato dei disastri passati che il segno della modernità e comunque
un qualche cosa di provvisorio che se dura troppo può anche fare danni.
Alcuni antagonisti
Uno è Dipietro. Al riguardo, crediamo che il suo antiberlusconismo
rigido non sia il frutto di una tattica furbesca per guadagnare voti e mettere
in difficoltà il partito democratico. Crediamo invece che sia proprio il suo
modo di intendere la politica e che ci sia continuità da quando, ai tempi di
Craxi, si rifiutava di cogliere il valore e le possibili conseguenze dell’ammissione
di questi, davanti alle Camere riunite, del finanziamento illegale di quasi
tutta la politica italiana. Allora Dipietro declassò quel discorso come tentativo
di allargare le responsabilità. Noi crediamo sia stato un grande errore politico
dell’allora magistrato che in quel modo ha contribuito a sminuire l’effetto
di quelle dichiarazioni, non comprendendo che l’allargamento delle responsabilità
non portava affatto al dissolvimento del problema, anzi ne metteva ancora meglio
in luce l’ampiezza e la gravità e chiamava la politica di fronte alla cruda
realtà. Vediamo una certa continuità nel Dipietro che accusa Berlusconi di essere
sceso in politica principalmente per proteggere i suoi interessi e su questa
teoria basa buona parte della sua politica.qualunque sia l’opinione sul presidente
del consiglio. Alla data di oggi crediamo sia elementare dire che egli non è
né il principio di tutti i beni né di tutti i mali della politica italiana.
Fosse così, le correzioni sarebbero semplici. Al contrario, riformare la politica
del nostro Paese è cosa difficile ed ancora una volta riguarda tutti, partito
di Dipietro compreso. E l’intento, che noi crediamo serio, dei militanti di
quel partito di moralizzare la politica, così com’è espresso non ci sembra che
un assaggio rispetto alla complessità e vastità delle energie che il problema
richiede. Vastità difficilmente compatibile con lo scontro duro.
Berlusconi
E’ facile affermare che faccia politica per i suoi interessi economici ma noi
crediamo che la sua principale molla sia l’eccezionale ambizione di passare
alla storia del nostro Paese. Un suo amico giornalista diceva anni fa che Silvio
voleva essere il salvatore dell’Italia. Crediamo anche che l’ambizione sia una
spinta positiva, a patto che non sconfini nel personalismo. Crediamo che in
una forza politica nata coi presupposti di Forza Italia e poi, per derivazione
la cosa vale anche per il Pdl, questa questione sia di tutta evidenza. Crediamo
che Gianfranco Fini, quando tocca quelle questioni ed esplicitamente accenna
alla necessità di guardarsi dal cesarismo, non sia né un provocatore e tanto
meno un traditore ma, molto più semplicemente, un uomo che ha sufficiente coraggio
ed esperienza politica per parlare di tali cose.
Il problema evidente è del partito che stenta a contenere al suo interno
una pluralità di idee e non ha ancora trovato un assestamento da gran forza
politica. Ma il problema e’ anche del Paese e quindi d tutti. Se fossimo i consiglieri
di Berlusconi lo esorteremmo ad usare l’eccezionale forza che oggi ha per conseguire
le sue ambizioni attraverso queste cose: 1) Proclamazione che il Paese ha di
fronte problemi nuovi e gravi che richiedono una modifica nei rapporti politici.
2) Apertura di lungo respiro ai moderati dell’altra sponda su crisi economica,
rimescolamento etnico, territori con alta criminalità. 3) Conseguente mediazione
e sfumatura delle questioni personali attinenti la giustizia. 4) Apertura a
discutere ad ampio raggio, coi livelli competenti presenti nel Paese, la strategia
per l’uscita dalla crisi. 5) Immediata riforma della direzione politico-istituzionale
con veloce ridefinizione nei numeri e precisione nei compensi di tutti i livelli
e reimpiego di parte dei risparmi per la selezione e preparazione nella politica.
6) Riforma della politica con alcuni indirizzi e regole per il funzionamento
dei partiti. 7) Inizio dei lavori per le altre riforme, con un sentimento di
cautela verso il federalismo.(pochissimi dicono in merito quel che pensano).
Forse possono sembrare cose semplici, quasi obbligate,ma comporterebbero
un forte cambiamento nella politica soprattutto se fossero realizzate come a
noi sembra opportuno. Immaginiamo, infatti, che se si riducesse il numero dei
parlamentari in base alla logica necessità del Paese anziché in base alle necessità
della politica, e conseguenze sarebbero molto diverse. Superfluo dire cosa consiglieremmo.
In conclusione, stentiamo a distinguere, al di là delle tenzoni dei capi, cosa
possa essere che realmente ci unisce e cosa realmente ci divide, e crediamo
sarebbe bello dividerci su proposte alternative chiare, anche tra amici, perché
così facendo aumenteremmo le nostre probabilità di fare le scelte migliori.
Non invitiamo quindi i capi a smorzare il loro protagonismo ed i sottocapi a
moderare la loro voglia di poltrona a vita, perché sicuri di are un inutile
appello moralistico. Sfidiamo invece tutti a far sì che le regole del gioco
siano modificate ed ognuno di noi, anche il più accanito cacciatore di cariche,
può fare un piccolo meritorio atto in tale direzione; un atto che unisce al
di là delle singole qualità.
Steve
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