16/02/2010 - Politica nazionale/ Primarie, indietro non si torna
Sul numero 630 del quindicinale "Chiamami Città", distribuito
in tutta la provincia a partire dal 10 febbraio, è pubblicato un articolo
di Giampaolo Proni che Riminipolitica.com condivide appieno. Proni, insegnante
di semiotica all'università di Bologna, è uno degli intellettuali
più veri e talentuosi che Rimini abbia espresso negli ultimi anni (direi
decenni). Non fa più attività politica da molto tempo ma guarda
alla politica, nazionale e locale, con l'attenzione appassionata dello studioso.
Non essendo pregiudizialmente schierato (la sua forma mentis, a mio parere,
non glielo consente proprio), si becca, a volte del "filoberlusconiano",
a volte del "sinistrorso". Io trovo questo suo atteggiamento mentale
molto utile. Perchè stimola me, che la penso in un certo modo, alla riflessione
(non sempre sono d'accordo con quel che scrive). Spero succeda anche ad altri
che non lavedono come la vedo io. E fossi uno di quelli che ha responsabilità
politico/amministrative a livello locale, qualche chiacchiera con lui la scambierei,
ogni tanto. Così, tanto per farsi venire qualche idea. Nell'articolo
in questione, tratta il tema delle primarie nel Partito Democratico italiano
e lo fa con una rara lucidità nell'analisi e nelle conclusioni. Analisi
e conclusioni che la nostra testata condivide. Per questo volentieri lo proponiamo
integralmente anche ai nostri lettori.
Flavio Semprini
PRIMARIE, INDIETRO NON SI TORNA
di Giampaolo Proni
Le primarie del PD finora hanno avuto una strana caratteristica, che
non si ritrova negli USA: c'è un candidato dell'apparato che si scontra con
candidati della base o dei simpatizzanti o addirittura di partitini entrati
nel PD. Se il partito-apparato ha un candidato forte, questi non ha veri avversari,
come Bersani per la segreteria, e le primarie sono percepite come inutili. Se
invece perde, si parla ovviamente di sconfitta del partito. Questo modello -
sicuramente temporaneo - è poco vantaggioso, perché il cosiddetto partito, se
impone il suo candidato appare non democratico perché si sapeva già l'esito
delle elezioni; se il suo candidato invece perde il partito appare sconfitto.
La scelta è quindi tra apparire autoritari o perdenti. Non è un granché. Negli
USA non c'è un candidato del Partito Repubblicano o Democratico che si presenta
alle primarie del partito sfidando gli altri.
Questo accade perché il partito-apparato si sta sfaldando, ma non vuole
cedere la direzione. In questo modo non fa che ritardare la sua fine. Purtroppo
ormai è fatta. Se il PD cancella le primarie, o le trasforma in un meccanismo
che consente all'apparato di vincere sempre, perde la base e altro elettorato.
Sento ora su Radio 3 una sfilza di esperti che dichiarano “Le primarie non sono
fatte per l'Italia”. Se questa è la linea, il PD sarà macinato dal PDL, prima
o poi, anche nelle sue roccaforti. Le primarie sono né più né meno che la democrazia.
La democrazia è spesso caotica, ribollente e arruffata, proprio perché così
è la gente che apprende e si appropria della democrazia. Elogiamo tanto l'India,
ma la democrazia indiana è proprio questo: un enorme calderone ribollente, nel
quale violenza, corruzione e intrighi si mescolano a nobiltà d'animo, fede e
passione politica.
D'altra parte, il partito comunista era l'antitesi della democrazia,
non si può pensare che lo stesso apparato che dirigeva quel partito possa accettare
le perdita di controllo che la democrazia comporta. Persone come D'Alema, Bersani,
Fassino, per quanto capaci e intelligenti, non potranno mai in tempi brevi arrivare
alla forma mentale di un dirigente del partito Democratico o Repubblicano americano,
che non pensa a come far diventare candidato alla presidenza o al governatorato
sé stesso o un suo protetto, ma si chiede quale nuovo giovane leader, al momento
magari un semi-sconosciuto sindaco o un rampante governatore di un piccolo stato
o addirittura uno sconosciuto avvocato di provincia, sarà selezionato dalle
primarie e diventerà uno dei pochissimi che corrono per la vittoria.
Avere leader giovani e nuovi non significa affatto ridurre il partito
all'effimero. Nei partiti americani vi sono uomini di apparato che restano attivi
per decenni. L'esperienza è sempre utile. Ma per vincere le elezioni ci vogliono
candidati forti, dinamici, carismatici, non vecchie volpi del Parlamento. Questa
fiducia nella democrazia come sistema, sempre e comunque, è difficile da raggiungere.
Eppure, nella mia esperienza personale, limitata a gruppi di lavoro, didattica
e corsi di laurea, ho potuto verificare che l'atto di eleggere un rappresentante
crea un rapporto unico tra gli eletti e gli elettori. La persona eletta è una
persona come te, ma sei tu che ne hai fatto il capo. E quando avrà terminato
il mandato, sarà di nuovo uno come te. E anche tu puoi essere eletto. “Ognuno
di voi” - dicono i maestri di scuola ai bambini americani - “potrà essere il
presidente degli Stati Uniti".
Questa è la democrazia, nient'altro. Noi, oggi, non possiamo ancora
dire ai nostri scolari “Ognuno di voi potrà essere il Presidente del Consiglio.”
Non perché non sia vero. E' assolutamente possibile che una bambina che oggi
fa la prima elementare, figlia di immigrati, nel 2060 sia presidente del Consiglio.
Semplicemente non ci crediamo. Lo ho scritto tante volte. Spero che la sinistra
non torni indietro. La perdita del controllo degli apparati sulla base è semplicemente
la democrazia. Nessuna organizzazione può essere meglio dei suoi membri. Il
massimo che può fare è cercare, tra essi, di selezionare i migliori. E i migliori
sono quelli che riescono a farsi scegliere dal maggior numero di persone.
|